Giacomina aveva paura del marito: «Ho i giorni contati, prima o poi mi uccide»

di Diodato Pirone

ROMA (8 gennaio) – Un lettore chiede: può illustrare la politica industriale di Marchionne? Volentieri. Per farlo ho preparato un grafico che – se avrete la bontà di leggerlo con attenzione – vi ruberà alcuni minuti. Il grafico riporta gli investimenti industriali (sottolineo: solo quelli industriali) che l’anno scorso Fiat e Chrysler hanno completato, avviato o messo in cantiere. Che cosa ne viene fuori?

1) siamo di fronte ad una delle ristrutturazioni industriali più ampie in corso in questo momento nel mondo. Forse è battuta solo da quella di GM-Opel (che tra l’altro ha chiuso una fabbrica di 2000 operai ad Anversa, in Belgio).

2) tutti i tasti del pianoforte Fiat-Chrysler sono stati toccati in Europa e in America. Si è aggiunta la Russia. Il punto debole resta l’Asia sia perché la costruzione della fabbrica in Cina è stata avviata solo nel 2009, sia perché in India Fiat continua ad andare male (nel 2010 doveva vendere 46 mila auto e ne ha piazzate 22.000).

3) quasi tutti gli investimenti fuori d’Italia sono in qualche modo pagati dai governi (Usa, Brasile, Messico, Serbia, Russia). In Italia no. E questa è una novità enorme per Fiat e per gli italiani.

4) per tutti gli stabilimenti è stato adottato un unico sistema di produzione che si chiama World Manufacturing Class (WCM) che misura il livello di ogni fabbrica non in base ai costi ma in base alla qualità del processo di costruzione e del prodotto. Cosa voglia dire questo per le fabbriche italiane è chiaro: o diventano più competitive oppure sono destinate col tempo ad essere surclassate dalle altre nel mondo.

E’ sufficiente tutto questo per sostenere che il manager col maglioncino ha un progetto industriale oltre che finanziario? I fatti non impediscono ad ognuno di noi di giudicarlo sulla base di propri parametri. Tuttavia i fatti restano: si traducono in nuove fabbriche, prodotti, marchi, reti di distribuzione, posti di lavoro, buste paga più basse o più alte e – perché no – in azioni di maggior valore. A mio parere, però, è assurdo classificare Marchionne come un giocoliere o un truffatore. Meglio: come uno “che fa finta”.

Purtroppo la truffa Parmalat; la privatizzazione di Telecom che ha riempito di debiti quell’azienda; l’abitudine di tanti manager italiani di tagliare i costi senza tentare progetti di sviluppo; l’ignoranza sulla velocità con la quale il mondo cambia al di là delle Alpi, stanno spingendo l’opinione pubblica italiana sempre più lontano dal mondo dell’industria, dalle sue “fatiche” ma anche dai suoi valori. Eppure l’America, dopo aver vissuto per vent’anni di finanza, ha scelto di tornare a puntare sull’industria, sui prodotti che si toccano, sul valore aggiunto procurato dal sudore degli operai. Dopo 30 anni durante i quali il Paese della Ferrari ha impoverito la sua industria dell’auto ora c’è un manager che vuole ricostruirla. Non è detto che ci riesca ma pone una domanda sul futuro di molti italiani: è meglio fare l’operaio in fabbrica o il precario?

Sabato 08 Gennaio 2011 – 18:27 Ultimo aggiornamento: Domenica 09 Gennaio – 12:56